Storiella inconcludente

C’era una volta un ragazzo.
Il suo nome era Vicent, e conduceva una vita normalissima, quasi banale. Casa, scuola, qualche amico.
Ma giunto all’età di 18 anni, capì che non era questa la vita che voleva. Il suo rapporto con la famiglia lo snervava, più che proteggerlo. La scuola per quanto riuscisse a prendere sei in quasi tutte le materie (neanche lui sapeva bene come) non lo soddisfaceva: non ne comprendeva l’utilità, non ne condivideva il sistema. E per quello che riguarda la sua vita sociale, si scopriva più felice e sereno stando a casa da solo che uscendo in discoteca.
Ogni cosa nella sua vita era nel limite della mediocrità: non da buttare, ma neppure totalmente da salvare.
Decise quindi che avrebbe preso il primo treno, appena avrebbe avuto qualche soldo: direzione, il caso.
Ma l’11 luglio 2012, quando si svegliò maggiorenne, l’insostenibile vuoto della sua vita lo portò a fare una pazzia.
“A volte devi fare qualcosa di imperdonabile per continuare a vivere”, aveva letto su un muro.
Stanco della monotona sicurezza della normalità, rubò 100€ dal portafoglio del padre. Gesto ignobile, considerando la sua situazione economica, e inutile, considerandone il valore.
Ma paradossalmente, nella sua mente piena d vuoto il rimorso non trovava spazio.
Io credo che fosse così perché sapeva perfettamente, vincent, d aver fatto l’unica cosa possibile per continuare, o forse iniziare, a vivere: scappare.
Fu così che zainetto, ipod e soldi, salì sul primo treno. Non fece il biglietto: così, pensava, l’ansia del cotrollore l’avrebbe punito del piccolo furto e delle preoccupazioni che stava per procurare alle persone che, a modo loro, gli volevano bene.
Dal primo momento in cui il treno si mosse, vincent si scoprì desiderare l’arrivo del controllore; solo così il suo gesto d ribellione sarebbe stato convalidato.
Ma così non fu ed eccolo il nostro Vincent scendere all’ultima fermata, Torino.
Aveva due scelte adesso: stare un po in quella città ancora troppo vicina, ancora troppo conosciuta, o salire su un altro treno a caso. Le due scelte che ognuno di noi si ritrova sempre ad affrontare: arrendersi e accontentarsi o rischiare.
E cosa mai avrà scelto il nostro Vincent?
Salì sul treno al binario 4.
Il quattro era un bel numero gli aveva sempre portato fortuna. Era stato presente fin dalla sua infanzia, e in qualche modo era sempre comparso durante la sua vita. Era stato il numero del parcheggio riservato alla loro auto, il numero del condominio, più tardi sarebbe stato il piano della sua classe a scuola e il numero dell unico biglietto vincente che avesse mai avuto tra le mani.
No! Non poteva prendere il treno del binario 4. Per qualche assurdo motivo, anche senza assicurarsene, capì che quel treno l’avrebbe riportato ad Aosta, alla sua vita d sempre.
Si alza per scendere, ma proprio in quel momento sente il fischio dell’uomo in verde, e non è neanche a metà vagone che le porte si chiudono.
Quello fu un giorno bruttissimo nella vita d Vincent, il giorno in cui capì che, ideologie giovanili a parte, non si può sfuggire al proprio destino.

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SULLA SOVVERSIONE DEL SISTEMA. – quando il simo si diletta a scrivere.

“Avanti, prenda le sue pastiglie.”
“Ma voglio uscire!”
“Sta piovendo, lo sa che non è possibile”
Aveva imparato a odiarlo quel tono autoritario.
“Su, signor Antonio, vorrà mica che succeda come l’ultima volta?”
Perché continuavano a tormentarlo con quella storia?
“Questo è il mio ultimo avvertimento. Prenda le pastiglie o sarò costretta a chiamare suo nipote, e non credo che gli farebbe piacere. Dopo l’ultima volta…”
“VA BENE. Va bene… me le dia.”
Antonio inghiottì le pillole e con esse il senso di impotenza di fronte a quell’assistente che aveva un terzo dei suoi anni. Prendere ordini da una ragazza che probabilmente non era ancora nata quando lui era sopravvissuto alla prima Guerra Mondiale. Non era ancora nata quando, nel secondo Dopo Guerra era rimasto senza più niente, senza più nessuno. Eppure adesso era lì, e con tutta la strafottenza di cui può essere capace una ragazza nata in anni troppo fortunati, l’assistente era riuscita a fargli ingoiare le pillole, e con esse il senso di impotenza.
Ma questa era l’ultima volta, giurò a se stesso.
Andò verso la Sala Grande, che altro non era che uno spazio comune dove i vecchi cercavano di ingannare il tempo. Antonio non si capacitava di come uomini e donne, alcuni di loro anche più giovani di lui, potessero ingannare il tempo. Quale tempo? Quello che li separava dalla tomba?
Certo, molti di loro ormai avevano perso il senno, fra pastiglie calmanti e tutte quegli infimi disturbi che la vecchiaia porta con se. E allora eccoli, i vecchi senza più testa, guardare la pioggia attraverso la finestra con occhi ancora più vitrei del materiale attraverso il quale scrutavano il nulla. Ma vicino a quegli occhi assenti per forza, c’erano altri occhi, spenti di un buio diverso, autoindotto. Rassegnazione, forse.
Da giovane aveva letto che si diventava vecchi quando si smetteva di sognare, e allora ci aveva creduto. Ma adesso che la vecchiaia era sua coinquilina, si rendeva conto che era un po’ più sottile il discorso, altrimenti anche quegli occhi vitrei persi in altri mondi potevano essere considerati giovani. La vera vecchiaia, secondo Antonio, arrivava nel momento in cui si smette non di sognare, ma di credere che i sogni possano realizzarsi. La morte della giovinezza coincide con quella della speranza.
Lo scroscio della pioggia gli fece compagnia verso la porta d’uscita. Stava per aprirla, quando intravide Elizabeth. Elizabeth l’aveva sempre colpita. Era nata in Inghilterra, ma di inglese aveva solo il nome e il portamento sempre composto e dignitoso. Una volta Antonio non aveva resistito a farle sapere che secondo lui lei non era affatto vecchia. Ad un suo sguardo interrogativo, Antonio imbarazzato le aveva spiegato la sua teoria sulla vecchiaia. Sul viso di Elizabeth, dapprima divertito, era scesa un’ombra scura e aveva risposto che si sbagliava. Si diventa vecchi nel momento in cui accetti la Morte come compagna, e non solo la accetti, ma passi ogni giorno ad aspettarla, conferendole cosi piu importanza rispetto alla vita stessa. “E in questo senso io sono vecchia… vecchissima”.
E anche adesso era seduta, aspettando. Sembrava così estranea a quell’ambiente, così spaesata che Antonio deciso che se non l’avessero cacciato per quello che stava per fare, avrebbe finalmente trovate il coraggio di chiederle qual era la sua storia.
Si avvicinò alla porta e si guardò intorno, per essere sicuro che non ci fosse nessun assistente. Non era permesso agli anziani di varcare quella soglia senza informarli e senza riempire moduli su moduli. Guardò Elizabeth dritto nei suoi occhi blu, cercando complicità. La donna si riscosse dai suoi pensieri, “chissà quali?” pensò Antonio, e guardò prima lui, poi la maniglia e infine di nuovo lui. Gli sorrise interessata, ma senza fare domande. Antonio capì che non avrebbe parlato neanche con gli assistenti.
Abbassò la maniglia e uscì. Camminò sul prato con la pioggia che gli scorreva su tutto il viso. Con tutta la velocità che riuscì a impiegare, si spogliò di camicia pantaloni e scarpe, e rivolse il viso al cielo, ridendo.
Un vecchio che ride semi nudo sotto la pioggia guardando le nuvole non passa inosservato. E così ecco arrivare due assistenti che cercarono di afferrare Antonio, pur sapendo avrebbe lottato fino all’ultimo sprazzo di energia che aveva in quel corpo ormai malato. Corre Antonio. Corre di una corsa strana, ridicola, quasi penosa, di certo nulla in confronto a quella atletica dei giovani uomini dell’assistenza. Eppure guardalo, schivare l’albero e catapultarsi verso la strada, passando di fronte alla vetrata dalla quale i vecchi bavosi senza più senno continuarono a sbavare, ma quelli rassegnati dapprima si spaventarono (dopo la cataratta adesso pure le allucinazioni?) poi si divertirono (guarda Antonio che corre seminudo sotto la pioggia! È sempre stato un po pazzo) e infine si esaltarono e iniziarono a tifare per il loro eroe che tenta senza grandi speranze di sfuggire a chi aveva la pretesa di salvarlo.
Antonio se n’era accorto, e li salutò e si mise a gioire con loro. Il freddo si stava insinuando fin dentro le sue ossa ma non gli importava. Non gli importava neanche di quei gorilla che ormai lo avevano acciuffato. Non gli importava che fossero tutti finiti a terra, scivolando sull’erba bagnata. Perché poco prima di cadere aveva visto Elisabeth che lo guardava un po’ in disparte, con il suo solito sorriso e con una lacrima che sembrava uscita solo per poterlo ringraziare di averle fatto realizzare dopo tanto tempo che era ancora viva.
_____

Antonio morì il giorno dopo. La pioggia e il freddo gli causarono una polmonite che il suo debole corpo non riuscì a sconfiggere.
Eppure la sua morte non fu vana. Certo, i vecchi bavosi continuarono a sbavare, i rassegnati, per un attimo esaltati, tornarono a osservare il nulla, ma un paio di occhi blu brillarono di una luce diversa, ma non nuova. Miracolosamente una donna si era liberata dalla sua vecchiaia.

Crescere.

“L’estate sta finendo

e un anno se ne va!

Sto diventando grande..

lo sai che non mi va!”

Eccola lì.
La mia situazione attuale racchiusa in quattro strofe.
Un’estate che finisce (ma forse è meglio così) un altro anno che sta finendo e…
e io che cresco.
Non è il fatto di avere 18, 19, 25, 45, millemila anni che mi spaventa, non sono le rughe,  non è la demenza senile (che per quanto mi preoccupa la vedo moooolto lontana).
E allora che cosa ti preoccupa, mi chiederai tu, LettoreAlMomentoInesistente.
Mi spaventa come si sta rivelando crescere.
Ho paura di crescere quando crescere significa perdere la magia in tutte le cose, nel Natale in primis.(Andiamo, solo 5 anni fa il Natale era Gioia e Serenità allo stato puro.Adesso è una giornata stressante che toglie soldi al tuo portafoglio.)
La verità è che crescere è maturare, ma come tutte le cose ha degli svantaggi. Per maturare devi , a volte di più a volte di meno, soffrire.
Crescere nel mio caso sta significando farmi carico di problemi più grandi. Tanto grandi. Troppo grandi.

Sono cresciuti prima i problemi di me, cosi adesso mi ritrovo a cercare di sorreggerli con gambe tremanti e spalle in fiamme.

Forse ho paura perché mi sto avvicinando sempre di più all’uomo materialista e cinicamente insensibile che ho giurato a me stesso non sarei mai diventato.
E mi spaventa non avere la forza di mantenere le promesse fatte a me stesso

Hello world!

Salve mondo!
Mi immetto anche io nella blogosfera (ho davvero usato il termine “blogosfera“?), vediamo dove mi porterà 😉
Certo sapere che nessuno probabilmente mi leggerà mai è un po’ deprimente, ma almeno sono libero.
Libero di dire quello che voglio. Come voglio. Quando voglio.
(no ok è deprimente e basta)
Si Ya Biccis